Conte Zardi

La diffusione della viticoltura in Romagna va certamente fatta risalire all’epoca romana quando, dopo la fondazione dei Forum Cornelii (l’odierna Imola) tutti i territori circostanti furono destinati all’agricoltura. Oltre alla produzione delle derrate alimentari necessarie al sostentamento della popolazione del nuovo centro urbano, la produzione vitivinicola occupava infatti una posizione di assoluto rilievo in quanto, oltre al tentativo di estendere il consumo di vino anche alle classi sociali urbane più umili e agli schiavi, la bevanda trovava anche altri impieghi nella vita quotidiana sotto forma di antidolorifico, disinfettante oltre che naturalmente come offerta gradita agli dei. In questo contesto venne a svilupparsi una produzione più orientata alle grandi quantità che alla qualità del prodotto finale, con rese che sfioravano i 300 Hl per ettaro.

In seguito a un periodo di crisi, durante il quale venne sostituito con surrogati della più varia fattura, nel Medioevo il vino tornò velocemente in auge – e riprese la propria diffusione come bevanda comune nella quotidianità della popolazione rurale – grazie soprattutto al proprio significato liturgico. È del resto da attribuire proprio alle gerarchie ecclesiastiche alto-medioevali – che in Romagna esercitavano un significativo potere - un prezioso contributo alla conservazione e propagazione della viticoltura: numerosi furono gli incentivi ad estendere i vigneti nelle zone bonificate, e anche le imposte risultavano potevano essere alleggerite per chi vinificava e metteva a coltura vigneti. Dal 1259 una disposizione statuaria bolognese introdusse addirittura l’obbligo di garantire la presenza di due tornature di vigneto (circa 2/5 di ettaro) sostenuti da almeno dieci alberi da frutto in ogni tenuta agricola.

Sebbene non con la stessa intensità dell’Alto Medioevo, il vino in Romagna continuò nei secoli a ricoprire un ruolo di assoluto primo piano all’interno della quotidianità rurale, venendo utilizzato tanto dai monaci come offerta di ospitalità ai pellegrini quanto dalle signorie locali come importante fonte di reddito, ma giocando anche un ruolo da assoluto protagonista nel sistema simbolico popolare, in permanente equilibrio tra sfera sacra e pagana.

Ne sono un esempio le cosiddette “sagre”, feste popolari celebrate originariamente davanti alle Chiese (da cui il termine “sagrato”) che celebravano, a intervalli più o meno regolari, la comunione tra uomini e sacro, ma anche per festeggiare un raccolto o promuovere un prodotto locale. In tali occasioni la dimensione eno-gastronomica ricopriva un ruolo di primo piano e il vino in particolare era parte fondamentale del festeggiamento.

Di queste tradizioni resta ancora oggi più di una testimonianza, con usanze e simbologie che sono entrate saldamente a far parte del bagaglio culturale delle popolazioni di ogni specifico territorio. La Romagna, territorio con un’identità tanto fortemente quanto fieramente custodita e tramandata, non fa certamente eccezione, e continua ad assegnare al vino un ruolo cardine all’interno del proprio apparato simbolico.

Se la Romagna, dunque, rappresenta un’area i cui confini geografici sono stati dibattuti per secoli senza mai arrivare ad una definizione unanime, essa trova tuttavia nella propria storia e nel carattere della sua gente un filo conduttore comune. Lo storico Lucio Gambi scrisse che “la romagnolità, è in primo luogo uno stato d’animo, un’isola del sentimento, un modo di vedere e di comportarsi”, da definire non con limiti fisici o amministrativi bensì attraverso i comportamenti umani, come quell’area in cui, chiedendo da bere, viene spontaneamente offerto vino e non acqua.

 

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